Gli Italiani "dimenticati" di Crimea



A causa degli eventi bellici che stanno interessando la regione dell'Ucraina orientale al confine della Polonia, non di rado ci imbattiamo in analisi geoantropologiche che si concentrano sulla composizione etnica delle popolazioni della penisola di Crimea. Mentre sappiamo che in Crimea convivono etnie ucraine e russe, con un'obiettiva prevalenza numerica di quest'ultima, meno diffusa è l'informazione che la Crimea, sin dagli inzi del XIX secolo esisteva una significativa presenza italiana. Si conosce poco la storia della comunità italiana in Crimea, negli ultimi anni riscoperta sia grazie agli studi pubblicati dal Prof. Giulio Vignoli Professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova (“Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa”,Giuffrè, Milano) sia grazie l’attività dell’Associazione C.E.R.K.I.O. (Comunità degli Emigrati della Regione della Krimea – Italiani di Origine) e della sua Presidente, la Sig.ra Giulia Giacchetti Boico.


Gli Italiani avevano cominciato a insediarsi nella penisola di Crimea a partire dai primi anni del 1800, su invito dello Zar per popolare e sviluppare economicamente quella parte di territorio recentemente annessa alla Russia. I primi provengono per lo più dal Regno di Napoli, successivamente altri arrivano da altre regioni d’Italia. Nel 1824 a Kerch è presente un vice console del regno di Sardegna, Antonio Felice Garibaldi, zio di Giuseppe Garibaldi. Quest’ultimo, proprio a Odessa, sbarcò due volte nel 1824 e nel 1833, dove avrebbe ricevuto le prime informazioni sulla “Giovane Italia” di Giuseppe Mazzini. La città di Odessa e il suo porto furono costruiti dagli italiani sotto la direzione del napoletano Giuseppe de Ribas, al servizio del Regno di Napoli, quale ufficiale di collegamento con il leggendario ammiraglio russo Grigorij Aleksandrovi’c Potemkin, amante di Caterina II. In Odessa sono ancora oggi presenti tracce di questa “colonizzazione” italiana in numerosi palazzi e nella via “Derybasivska” dedicata appunto a Giuseppe De Ribas. A Kerch la comunità italiana vide una maggiore presenza di contadini e marinai provenienti da cittadine sul mare Adriatico, in maggioranza pugliesi, che vi si stabilirono attratti dalla fertilità del terreno che consentiva ricchi raccolti di grano che veniva imbarcato e spedito ai porti di Bari e Castellamare di Stabia per la produzione dei pastifici locali. A Kerch e a Odessa si aggiunsero operai e tecnici delle costruzioni navali, notai, architetti, ingegneri, medici e commercianti; nel periodo intorno alla metà dell’800, la comunità italiana che rappresentava il 2% della popolazione della Crimea, ne costituiva la classe agiata. Nel 1840, fu autorizzata a Kerch la costruzione di una chiesa cattolica, esistente ancor oggi e comunemente denominata la “Chiesa degli Italiani”. Negli anni precedenti la Grande Guerra, a Kerch vivevano tra i 3.000 e i 5.000 italiani con una loro scuola elementare, una biblioteca, un circolo e una Società di Mutuo Soccorso. Con lavvento del regime comunista in Russia le cose cambiarono: iniziarono le requisizioni delle terre, gli arresti, le persecuzioni; da qui la partenza per l’Italia di quanti riuscirono ad andarsene prima che arrivasse il peggio. Sul finire degli anni ’30, Stalin mandò a Kerch un buon numero di attivisti del Partito Comunista italiano, tra questi il cognato di Togliatti, Paolo Robotti, con il compito di “rieducare” quei borghesi potenzialmente filofascisti. La chiesa fu trasformata in palestra, il parroco cacciato, i maestri della scuola elementare sostituiti da personale “organico” al regime, le terre sottratte ai legittimi proprietari, che divennero lavoratori del kolkhoz “Sacco e Vanzetti”. Per chi si ribellava, arresti, torture, fucilazioni; tra il ’35 e il ’38 molti italiani sparirono nel nulla, arrestati con l’accusa di spionaggio filoitaliano e di attività controrivoluzionarie, accuse suffragate dalle delazioni dei “compagni” italiani inviati da Mosca. Nel 1942, con l’avanzare​ delle truppe italiane e tedesche in Ucraina, Mosca decise la deportazione della minoranza italiana di Crimea. All’alba del 29 Gennaio gli italiani rastrellati durante la notte furono ammassati sulle banchine del porto di Kerch e la’ imbarcati su tre navi, rinchiusi nelle stive, attraversando il Mar Nero fino a Novorossijsk, poi via terra fino a Baku, di qui attraverso il Mar Caspio fino a Krasnovodsk, poi di nuovo sui vagoni ferroviari fino ad Atbasar per essere poi dispersi nella steppa tra Akmolinsk e Karaganda, dove trovarono temperature tra i 30 e i 40 gradi sottozero. Il viaggio per la lentezza dei trasporti durò fino alla fine di marzo. Una delle navi affondò con tutti i deportati, per la fame e le malattie circa la metà dei bambini morirono durante il viaggio. Nel Gulag la comunità italiana fu quasi annientata dal freddo e dai lavori forzati. Dopo lo sfaldamento dell’Unione Sovietica, solo una piccola parte dei sopravvissuti riuscì a tornare a Kerch. Molti, dopo il ritorno, celarono la loro origine etnica, alcuni ottennero la russificazione del nome, ma all’interno della comunità hanno continuato a incontrarsi e a tramandare la lingua italiana, arricchita da dialettismi pugliesi, napoletani, liguri e veneti, ai figli e ai nipoti. Sono circa 500 gli appartenenti alla Comunità italiana di Crimea raccolti attorno all’Associazione C.E.R.K.I.O. costituita nel 2008, che si propone la salvaguardia e la promozione della lingua e della cultura italiane, attraverso corsi tenuti dagli stessi associati; presso l’Associazione esiste una biblioteca con libri in lingua italiana, si proiettano film in italiano e si tengono corsi di cucina italiana. In questi anni Giulio Vignoli Professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova, Stefano Mensurati, giornalista di Radio RAI, Walter Pilo dell’Associazione Uomo Libero, Massimo Mariotti del CTIM Veneto, l’On. Vito Comencini e tanti altri privati cittadini in Italia, hanno aiutato questa Comunità a ritrovare le radici della cultura italiana. Oggi gli italiani di Kerch chiedono che sia il Governo Italiano a fare la sua parte facilitando le richieste di riconoscimento della cittadinanza italiana, anche attraverso la ricostruzione degli alberi genealogici, il consolidamento di rapporti istituzionali, attenzione per le iniziative culturali della Comunità. Ogni anno nella ricorrenza del 29 Gennaio, una commemorazione si svolge nel porto di Kerch per ricordare le vittime della deportazione. Inoltre sulle tragiche vicende di questi italiani è stata allestita una mostra itinerante che è stata esposta nel corso degli ultimi anni in varie città italiane tra cui Verona ed anche all’estero (Mosca, Cracovia, Katowice). Purtroppo l'attuale situazione bellica impedisce rapporti di collaborazione proficua con la comunità italiana: impossibile inviare contributi in danaro all’Associazione, come anche libri o cassette cinematografiche, così come sono impossibili gli scambi culturali o l’assegnazione di borse di studio. Anche quest’anno i nostri compatrioti di Kerch ricorderanno le vittime della loro tragedia, si sentiranno ancora una volta più soli perché quella Patria che non hanno mai conosciuto, ma per la quale hanno sofferto persecuzioni e violenze di ogni tipo, ancora una volta si è dimenticata di loro.

(a cura di Carlo Paolicelli con un contributo di Massimo Mariotti)


Foto*, pagina FB Associazione degli Italiani in Crimea